Dall’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale alla sua evoluzione come infrastruttura strategica: una riflessione sul manifesto di Palantir e sul futuro del software.
Negli ultimi giorni mi sono trovato a riflettere su un tema che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi distante dal nostro lavoro quotidiano, ma che oggi, volenti o nolenti, sta iniziando a riguardarci molto più da vicino.
Il manifesto “The Technological Republic” promosso da Palantir Technologies mette nero su bianco qualcosa che, se ci pensiamo bene, sta già succedendo sotto i nostri occhi: il potere nel XXI secolo non si costruisce più soltanto attraverso economia, politica o diplomazia, ma sempre di più attraverso il software, e quindi attraverso chi quel software lo progetta, lo sviluppa e lo controlla.
Se ci fermiamo un attimo a osservare quello che facciamo ogni giorno, è interessante notare come l’intelligenza artificiale sia entrata nelle nostre attività quasi in punta di piedi, all’inizio come strumento per velocizzare alcune operazioni, poi come supporto creativo, e oggi sempre più come elemento centrale nei processi decisionali.
Eppure, mentre noi la utilizziamo per scrivere testi, automatizzare flussi o migliorare le performance di un progetto, c’è un livello più alto in cui la stessa tecnologia sta iniziando a giocare un ruolo completamente diverso, molto più strategico.
Ed è qui che la riflessione si fa, secondo me, più interessante — e anche un po’ più scomoda.
Perché da una parte c’è chi sostiene che questa evoluzione sia inevitabile, che certe tecnologie verranno sviluppate comunque e che quindi abbia senso guidarle, governarle e integrarle in modo consapevole; dall’altra, invece, c’è chi lancia segnali di allarme piuttosto forti, come l’economista Yanis Varoufakis, che parla apertamente del rischio di una corsa incontrollata dove si costruisce prima e ci si interroga dopo, con tutte le implicazioni etiche che questo comporta.
Personalmente, più che schierarmi da una parte o dall’altra, quello che mi colpisce davvero è un altro aspetto: questo non è più un dibattito che riguarda solo governi, eserciti o grandi multinazionali, ma è qualcosa che, in modo diretto o indiretto, coinvolge anche chi come noi lavora nel digitale e contribuisce ogni giorno a costruire pezzi di questo ecosistema.
E forse la vera domanda che dovremmo iniziare a farci non è soltanto “cosa possiamo fare con l’AI”, ma “cosa stiamo contribuendo a costruire mentre la utilizziamo”, perché la differenza, nel medio-lungo periodo, sarà tutta lì.
Tu come la vedi?
Pensi che stiamo andando verso un’evoluzione necessaria, che semplicemente non si può fermare, oppure ti sembra che la velocità con cui stiamo correndo sia superiore alla nostra capacità di gestire davvero le conseguenze?
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